Chega de saudade – Basta con la “tristezza”

Vai minha tristeza e diz à ela que
sem ela não pode ser
diz-lhe numa prece
que ela regresse
porque eu não posso mais sofrer.

Chega de saudade
a realidade é que
sem ela não há paz
não há beleza é só tristeza
e a melancolia que não sai de mim
não sai de mim, não sai…

Mas se ela voltar
se ela voltar, que coisa linda
que coisa louca
pois há menos peixinhos a nadar no mar
do que os beijinhos que eu darei na sua boca.

Dentro dos meus braços
os abraços hão de ser milhões de abraços
apertado assim, colado assim, calado assim
abraços e beijinhos e carinhos sem ter fim
que é para acabar com esse negócio de viver
longe de mim.

Vai minha tristeza e diz à ela que
sem ela não pode ser
diz-lhe numa prece
que ela regresse
porque eu não posso mais sofrer.

Chega de saudade,
a realidade é que
sem ela não há paz
não há beleza é só tristeza
e a melancolia que não sai de mim
não sai de mim, não sai…

Mas se ela voltar
se ela voltar, que coisa linda
que coisa louca
pois há menos peixinhos a nadar no mar
do que os beijinhos que eu darei na sua boca.

Dentro dos meus braços
os abraços hão de ser milhões de abraços
apertado assim, colado assim, calado assim
abraços e beijinhos e carinhos sem ter fim
que é para acabar com esse negócio de viver
longe de mim.

Não quero mais esse negócio
de você viver assim
vamos deixar esse negócio
de você viver sem mim

Chega de saudade, testo di Vinicius de Moraes e musica di Tom Jobim segna l’inizio della bossanova. La bossanova, la musica brasiliana per eccellenza,  questa musica che incanta e sorprende, questa musica che ci trasporta nel mondo colorato e vibrante del Brasile, questa musica piena di variazioni in un’unica melodia, questa musica piena di immagini e sensazioni, racconto poetico di un Brasile che non è quello sgargiante del carnevale, non è quello esuberante dei costumi pallettati o dei seni prosperosi o delle belle donne dai fianchi invitanti, ma è la musica di quel Brasile che molti ancora ignorano: il Brasile poetico e nostalgico,  il Brasile colto ed atavico, il Brasile della saudade che malinconicamente entra nel cuore e corre lungo il limite dell’anima fino a solcare la pelle con brividi ancestrali.
Chega de saudade, una delle più belle poesie mai scritte, una dichiarazione d’amore meravigliosa e ancestrale.

Vai mia tristezza e dille
che senza di lei non è possibile
dille con una preghiera di ritornare
perché non posso più soffrire così.

Basta nostalgia
la verità è che senza di lei
non c’è pace né bellezza, solo tristezza
e melanconia che non mi lascia
non mi lascia, non mi lascia

Ma se lei tornasse, se lei tornasse
che meraviglia, che pazzia
perché sono meno i pesci che nuotano nel mare
dei baci che darei alla sua bocca.

Tra le mie braccia
gli abbracci devono essere milioni di abbracci
così stretti, così aderenti, così silenziosi
abbracci e baci e carezze senza fine
che bisogna piantarla con questa storia di vivere
lontano da me.

Vai mia tristezza e dille che
senza di lei non è possibile
dille con una preghiera di ritornare
perché non posso più soffrire così.

Basta nostalgia,
la verità è che senza di lei
non c’è pace né bellezza, solo tristezza
e melanconia che non mi lascia
non mi lascia, non mi lascia

Ma se lei tornasse, se lei tornasse
che meraviglia, che pazzia
perché sono meno i pesci che nuotano nel mare
dei baci che darei alla sua bocca.

Tra le mie braccia
gli abbracci devono essere milioni di abbracci
così stretti, così aderenti, così silenziosi
abbracci e baci e carezze senza fine
che bisogna piantarla con questa storia di vivere
lontano da me.

Non voglio più saperne di questa storia
di te che vivi così
smettiamola con questa storia
di te che vivi senza di me

Scritto da Elsa Greer

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SONNET 46, William Shakespeare

Mine eye and heart are at a mortal war
How to divide the conquest of thy sight;
Mine eye my heart thy picture’s sight would bar,
My heart mine eye the freedom of that right.
My heart doth plead that thou in him dost lie –
A closet never pierced with crystal eyes –
But the defendant doth that plea deny
And says in him thy fair appearance lies.
To ‘cide this title is impanneled
A quest of thoughts, all tenants to the heart,
And by their verdict is determined
The clear eye’s moiety and the dear heart’s part:
As thus; mine eye’s due is thy outward part,
And my heart’s right thy inward love of heart.


Ero poco più che una bambina quando mi innamorai perdutamente di William. Immediatamente amai l’amore tragico e furente, senza idealizzare storie d’amore come quella di Giulietta e del suo Romeo; nonostante la brevità del loro amore, nonostante l’età dei due amati, capivo che quello era l’unico amore che avrebbe potuto far parte della mia vita: non avevo bisogno di amori languidi e ingannevoli, bensì di un amore che fosse amore al primo riconoscersi. E così, nella mia vita, tutti gli amori che ho avuto sono stati amori rabbiosi e furenti e passionali, a volte morbosi, carnali, combattivi. Uno stimolo continuo, una lotta infinita, uno sguardo amato al primo incontro.

Shakespeare, forse più di ogni altro poeta, ha accompagnato la mia vita attraverso le sue opere ed i suoi sonetti, facendomi conoscere ogni sfaccettatura dell’amore.
I sonetti, più di ogni altra cosa, hanno caratterizzato le mie storie.
E questo sonetto, il numero 46, è quello a me più caro perché custode di un Amore che non avrà mai fine e specchio veritiero di sentimenti eterni.

Sono 400 anni che William non c’è più, ma le sue parole continuano a tracciare segni indelebili nei secoli che corrono via.


Cuore e occhi miei sono in mortale guerra
sul come dividere la conquista del tuo sembiante.
Gli occhi vorrebbero negare al cuore la tua immagine,
e il cuore contesta agli occhi una tale pretesa.
Il mio cuore allega che tu riposi in lui,
scrigno mai violato da importuni sguardi;
gli avversari rifiutano l’asserto e dicono
che il tuo bel volto è riposto in loro.
A dirimere la questione una giuria è convocata
di pensieri, che del cuore sono vassalli,
e col loro verdetto determinano la spettanza
degli occhi e del mio affettuoso cuore,
Così: agli occhi la tua visibile sembianza,
e al cuore, per diritto, il tuo intimo segreto amore.

Donna Elsa

Mi stavo pian piano avviando verso il mio destino.
La certezza della caducità dru rapporti umani mi trafisse improvvisamente come una coltellata al petto in un momento assolutamente insospettabile.
Sapevo che l’amore per gli esseri umani era foriero di sventura, ma nonostante tutto continuavo a credere in un bene supremo,  un Amore che oltrepassasse i confini del finito.
Credevo nel valore dell’Amore e dell’Amicizia finché tutto fu chiaro ai miei occhi di sempiterna sognatrice: l’Amore,  questo sentimento così osannato, oltraggiato e svenduto, semplicemente non era che un mero accessorio da vendere al miglior offerente.
Saoevo che la mia vita si sarebbe districata tra solitudine e malinconia ma la mia indole onirica mi portava a credere che ogni persona avesse un diretto corrispondente.
Mi sbagliavo.
Quando anche l’ultimo degli amori più cari si rivelò un’illusione,  capii che il mio destino era compiuto: ciò che sarei diventata non sarebbe stato altro che il frutto delle mie esperienze.
La solitudine e l’incessante malinconia del mio essere sarebbero state per sempre le mie sole compagne fidate.
Essere un Don non permetteva semplici amicizie,  ogni cosa aveva il suo fine.
La spietata consapevolezza della mia solitudine sarebbe diventata la mia unica forza.
Le lacrime sarebbero statr soltanto un accessorio inutile ed un sentimentalismo inconcepibile.
Donna Elsa stava nascendo e Miss Greer perdeva la sua maschera gioviale attimo dopo attimo.
Ogni Uomo ha il suo destino… Io, a malincuore, conobbi il mio.

Scritto da Elsa Greer

The Revenant – Redivivo

The Revenant – Redivivo

Qualche giorno di attesa dopo la Premiere romana e dopo aver incrociato lo sguardo profondo ed elegante di Mr DiCaprio ed il sorriso coinvolgente di Alejandro, anche nei cinema molisani sbarca “The Revenant”.
L’attesa (per una cinefila e fan di Leonardo come me) è stata logorante: chissenefrega degli spoiler, la storia si conosce, ciò che mi infastidiva era leggere i commenti e non poter controbattere.

Sono le 21, io ed Andrea siamo finalmente al cinema e la mia ansia più che palpabile occupa proprio un altro posto, ma mi dicono che posso esimermi dal comprare un biglietto anche per lei.
Raggiungiamo i nostri posti che sono occupati da una bella coppietta, ce li facciamo cedere e ci accomodiamo. Soliti trailer di film che prima o poi proietteranno anche in questo pezzo di mondo dimenticato da dio e dagli uomini, poi le luci si spengono e si comincia.

La prima cosa che ti colpisce è l’aria. Non l’aria del cinema, non l’aria del film, ma proprio l’aria del Montana, del North Dakota, di quelle lande immense e gelate.
Ti ritrovi travolto da un soffio d’aria gelata, con le mani sporche di sangue e immerso in un silenzio mistico e spettrale.
Innaritu, con la maestria che ormai gli si riconosce, compone un film assolutamente mastodontico.
Le inquadrature coinvolgono lo spettatore e lo portano ad immedesimarsi costantemente con il protagonista della scena.
Non nego di aver tirato sulle spalle la giacca durante la tormenta e di essermi portata una mano al collo dopo che mamma orsa ha rischiato di uccidere il povero Glass.
Innaritu è riuscito a creare un film nel quale la parola è effimera e quasi forse disturba.
Tanto che avrei preferito che non ci fosse l’intervallo.
Tutto si svolge in un moto di tensione continua e nonostante in alcune occasioni si possa prevedere ciò che succederà, Inarritu riesce magicamente a trasformare la consapevolezza in sorpresa.
Tutte le riprese non sono mai fini a sè stesse, ma anzi servono a farti entrare nel film. Letteralmente.
Quando lo schermo si appanna per il respiro di DiCaprio che sbatte contro il vetro della telecamera, la sensazione che si prova è quella di essere affaticati, affannati.
Quando Glass assiste impotente all’assassinio del figlio, i suoi occhi e le sue urla soffocate non fanno altro che farti provare un dolore lacerante.
E nonostante la vastità dei paesaggi, ciò che mi ha colpito di più è stata la sensazione di soffocamento che mi trasmettevano.
Così grandi eppure così stretti.

Prima di vedere il film, avevo letto recensioni, commenti, battutine sulle Nomination agli Oscar e il non poter rispondere mi innervosiva.
Ora che ho visto il film, non rispondo, ma dico semplicemente la mia.
“The Revenant” è un progetto maestoso e meraviglioso, che riesce a soddisfare tutti gli affamati di un cinema che non sia quello (diciamo) disimpegnato di Zalone.
Le riprese riescono a introdurti per mano e voracemente nella scena, riuscendo a farti sentire quello che i personaggi sullo schermo stanno provando.
I paesaggi sono meravigliosi, la luce naturale aiuta a dare veridicità alla sceneggiatura.
La recitazione è perfetta: benché Hardy risulti quasi logorroico (attenzione, è sarcasmo ndr), i grugniti e le urla strazianti di DiCaprio compensano con lo sguardo tutte le parole mancate. Ma come ho precedentemente affermato, in questo film le parole sarebbero state soltanto un’accessorio inutile.
Inoltre, il lavoro che c’è stato per la realizzazione del film è esso stesso da Oscar: sveglia alle 3 del mattino, una sessione di trucco di circa 4 ore, raggiungere il set (si impiegava quasi il 40% della giornata), girare con le pochissime ore di luce disponibili e poi “Leo che fa cose”: Leo che gira con la febbre addosso per dare ancora più veridicità al personaggio, Leo che sfrutta la bronchite per una maggiore caratterizzazione (la tosse che si sente non è simulata, infatti), Leo che rischia l’ipotermia, Leo che mangia fegato crudo di bisonte, Leo che dorme in una carcassa di cavallo, Leo che impara la lingua dei Pawnee e degli Alikara, Leo che porta addosso pellicce di 40 chili, Leo che con 15 battute in quasi 3 ore di film, riesce a dirti più di chiunque altro al mondo.

Capisco che per molti possa sembrare “noioso” (per me è un insulto, ma vabbè, de gustibus non disputandum est. Purtroppo.), ma capisco che è perché probabilmente l’educazione cinematografica è basata semplicemente sul disimpegno ed il divertimento e non sulla bellezza.
Oppure sarà che essere abituata a fil come “Il vangelo secondo Matteo”, “Il cavallo di Torino” o “Kaspar Hauser” ha fatto sì che riuscissi a coglierne tutta la silenziosa bellezza.

Io sono stata in tensione per tutto il tempo e dopo essere uscita dal cinema non sono riuscita a focalizzare bene le sensazioni provate.
Non m’importa se DiCaprio vincerà o meno l’Oscar, avrebbe dovuto vincerne così tanti che non mi meraviglirei della vittoria del (bravo e bello) Fassbender a sup discapito, tanto per me l’Academy ha iniziato a perdere credibilità già da qualche anno.
Benché l’Oscar sia un premio molto ambito, non credo che sia quella statuetta a dimostrare il valore di un attore. Capisco che probabilmente a livello personale faccia tanto, ma um attore come DiCaprio può tranquillamente infischiarsene di tutto: la sua bravura è ampiamente riconosciuta sia dagli addetti ai lavori che agli “ignoranti in materia” (qual io sono) e la sua non-vittoria ha scatenato sul web una serie di cose che hanno portato la sua popolarità a livelli estremi.

Detto questo, se non avete ancora visto il film, correte a vederlo ma prima spogliatevi di qualsiasi aspettativa o pregiudizio: soltanto così sarete pronti ad accoglierlo in tutta la sua vasta e fredda bellezza.
Per quanto riguarda Innaritu e DiCaprio: fanculo, mi costringete a tornare al cinema anche stasera.

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La storia.

La storia.

Date, avvenimenti, guerre, fazioni, vincitori, vinti, monumenti, idee, rivoluzioni, evoluzioni, misteri.
La Storia, la nostra storia è davvero meravigliosa. Ma quante volte, tra i banchi di scuola avremmo preferito essere altrove piuttosto che ascoltare le noiosissime lezioni di storia che l’insegnante ci propinava con tono soporifero?
Però, stranamente, ad un certo punto, sul piccolo schermo compare un signore che ci parla dei dinosauri e del mare e dei pesci e dell’evoluzione dell’uomo e della letteratura e delle invenzioni e dell’arte e della scienza. Ci parla di queste cose e noi ascoltiamo incantati e ci vien voglia di sapere di più. Quell’uomo diventa il nostro zio d’oltreoceano, quello con le storie fighe da raccontare, quello che ci fa imparare le cose ma stranamente senza farci annoiare. Poi insieme a lui arriva il figlio, affascinante, voce calda, avventuroso, capelli morbidi, braccia possenti ed assolutamente interessante.
E tutta La Storia diventa bellissima.
Padre e figlio sono Piero ed Alberto Angela, due istituzioni ormai.
Piero, mancato jazzista, giornalista e poi divulgatore scientifico è entrato nelle nostre case in punta di piedi: da inviato a cesellatore di Quark.
Poi la volta del figlio (che, ammetto, per una questione prettamente fisica preferisco): Alberto studia in Francia, in Italia, in America. Da studioso svolge con passione ed entusiasmo il suo lavoro, poi approda alla tv svizzera finché con Albatros conquista anche i cuori italiani. Da quel momento in poi, Alberto e Piero diventano il punto di riferimento per ogni avventura.
Grazie ai loro programmi impariamo, viaggiamo, scopriamo.
Poi arrivano anche i libri.
Ed io li divoro.

Ora, a ventisei anni, con un’indipendenza economica piuttosto precaria, la maggior parte dei miei introiti evapora tramite l’acquisto impulsivo-compulsivo di libri e qualche weekend in città d’arte, Roma su tutte.
Ogni tanto qualche evento chiama, ha bisogno di essere raccontato e qualcuno ha bisogno d’essere incontrato.

Domenica 29 dicembre 2015.
Le domeniche sono il mio punto forte, mi saldano ancora di più al mio stato malinconico.
Ci sono alcune cose che aspettano di essere trascritte su un file Word, ma indugio ancora un po’ tra le voci di Frank Sinatra e Dean Martin.
Un rapido controllo dei tweet e una capatina su Instagram, poi un giro veloce sulla Home di Facebook.
Ovviamente, ciò che subito mi salta all’occhio è la copertina del nuovo libro di Alberto Angela “San Pietro: segreti e meraviglie in un racconto lungo duemila anni” (http://www.ibs.it/code/9788817084239/angela-alberto/san-pietro-segreti-e.html nel caso vogliate acquistarlo…e ve lo consiglio!), che oltretutto è l’ultimo arrivato sul mio comodino in quei giorni.
Il fan club ci informa che Alberto Angela presenterà il suo libro alla Feltrinelli di Roma, quella in via Appia il mercoledì successivo alle 18.
Certo, la notizia è fantastica, Roma non è poi così lontana, alle 18 poi… sì, ce la posso fare, stacco da lavoro alle 14 e corro a prendere il treno.
Ma le titubanze sono molte: in fondo sono sicura di volermi precipitare a Roma soltanto per sperare in un incontro che potrebbe non avvenire?
No, infatti. Lasciamo perdere. Oltretutto è mercoledì. Fosse stato nel weekend, magari.
Il problema è che se sei abituata a seguire l’istinto, gira che ti rigira è sempre l’istinto che avrà la meglio.
Così mercoledì 2 Dicembre 2015, mi sono ritrovata su un pullman diretto a Roma con un ritardo di 45 minuti. Certo, aver vissuto nei pressi di Via Appia mi ha facilitato nel raggiungimento del luogo, ma ciò che non ho potuto evitare è stata la marea di gente che (ovviamente) era accorsa.
Entro nella Feltrinelli, accaldata, quasi senza fiato e dopo aver barbaramente ma accidentalmente urtato svariate persone.
Entro e sento la sua voce e quasi non riesco più a muovermi: nonostante non ci sia il televisore a fare da intermediario, la sua voce è davvero calda e avvolgente.
Mi riprendo un attimo e cerco di avvicinarmi il più possibile cercando di non irritare l’animo degli astanti.
La sua lezione è già cominciata, ma da poco credo.
Vorrei fare una foto, ma non voglio distrarmi.
Mentre le diapositive si susseguono e la sua voce mi avvolge, sfoglio il libro, cerco, confronto. Il tempo scorre veloce e quasi non me ne accorgo.
Anche stavolta mi aspetta un’interminabile fila, certo ne varrà la pena, in più mi ha raggiunta una mia amica che oltretutto mi ospiterà per la notte.
Le cedo la macchina fotografica, meglio che ci prenda confidenza.
La fila sembra non scorrere affatto e come mi capita sempre in queste occasioni, mi ritrovo a chiacchierare con quegli sconosciuti che come me sono in attesa dell’incontro.
Tre ore sfilano via a colpi di stanchezza e battute piccanti su Alberto, finché finalmente la mia amica mi trascina via: è il nostro turno.
Bene, mi dico, sono un po’ emozionata, ma ne ho incontrati tanti.
Ma tra quei tanti, pochi sortiscono su di me l’effetto che mi fa Alberto.
Le mani mi tremano e l’emozione sale, ma mi rassicurano sulla perfezione del trucco.
A me del trucco non interessa nulla, ma grazie comunque.

Alberto mi sorride, mi fa cenno di avvicinarmi a lui.
E’ visibilmente stanco, eppure mantiene un atteggiamento così cortese e conviviale che faccio fatica a credere che sia un essere umano qualunque.
Mi porge un paio di domande, chiacchieriamo un po’ del libro e poi succede ciò che temevo: inizio a parlare a macchinetta (effetto collaterale del nervosismo).
Lui non si scompone minimamente, anzi ascolta e prende i bigliettino da visita che gli cedo. Dopodiché, la mia facciata professionale crolla: se non lo faccio ora, non lo faccio più.
– Senti, Alberto, io dopo tutti questi anni d’amore ti devo chiedere una cosa. Ti posso abbracciare?
Mi guarda un po’ interdetto, mi sorride e con uno sguardo assolutamente dolcissimo risponde:
– Beh, queste cose non devi mica chiedermele.
L’inizio della fine.
Gli butto le braccia al collo e ne approfitto per accarezzare i suoi morbidi e profumatissimi capelli (sì, l’ho fatto davvero). Lui ricambia teneramente l’abbraccio e le sue braccia scultoree mi fanno sentire come Psiche nella scultura del Canova o come la donzella de “Il bacio” di Rodin.
Un attimo che vorrei non finisse mai.
Mi sciolgo svogliatamente dall’abbraccio e riprendiamo le chiacchiere interrotte.
Qualche risata, la foto di rito ed anche l’autografo.

Ancor più controvoglia lo saluto e mi congedo.

Io e la mia amica andiamo via stanche ed affamate e corriamo a svaligiare il McDonald di Colli Albani.
Ma la felicità che ho dentro, mi fa sopportare tutto.

Fa freddo e siamo molto lontane da casa, ma sono così emozionata che non riesco a seguire le dinamiche della realtà.

E’ proprio vero che non si è mai abbastanza grandi per emozionarsi.

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Storie.

Storie.

Si potrebbe dire che ogni giorno, ogni persona, ogni oggetto, porta con sé una storia o forse anche più d’una. Il luogo migliore per trovare una storia è un libro: puoi iniziare una storia, interromperla, perdertici dentro, lasciarla andare, ritrovarla.
Sono passati molti anni dal momento in cui mi sono ritrovata per la prima a guardare una tela completamente bianca ma sulla quale si vedeva chiaramente la vastità dell’Oceano.
Molti più anni sono passati da quando ho ascoltato una delle storie più incredibili della mia vita da un amico che ha voluto lasciarmela perché non la perdessi mai, mentre lui scendeva dalla sua vita in un modo incredibile come incredibile era stata la sua vita.
Un po’ meno anni sono passati dal momento in cui ho incontrato il pittore autore di quella tela, che me l’aveva regalata tramite le parole.

 

E’ autunno inoltrato, non ho voglia di fare grandi cose ma una boccata d’aria fresca credo mi farebbe bene. Infilo il cappotto ed esco dal palazzo.
Roma è sempre magnifica, non ho ancora capito come fa ad essere così.
Passeggio per Via Appia, inevitabilmente la vetrina della Feltrinelli mi strizza l’occhio sensuale come sempre ed io non posso far altro che avvicinarmi: c’è il nuovo libro di Baricco, Mr Gwyn. h no, non posso portarlo a casa ora, ho già acquistato un’interminabile pila di libri, ma questo sarà sicuramente il prossimo.
Entro, le commesse mi salutano, ormai sono di casa.
Girovago tra gli scaffali, apro libri, accarezzo copertine, respiro inchiostro, poi ne scelgo uno a caso tra i classici e mi accomodo sulla mia solita poltroncina nell’angolo. Leggo qualche pagina, lo conosco bene: ho tanto sospirato per te, Vronskij, brutto stronzo adorabile.
Chiudo questa storia, la rimetto al suo posto, a confondersi tra altri intrecci.
Le librerie e le biblioteche sono il mio posto preferito, insieme al Colosseo. Ci respiro aria di casa e sono circondata da tutti i miei amori ed i miei amici.
Distrattamente alzo lo sguardo, disturbata da un rumore.
Sempre distrattamente il mio sguardo si posa su una locandina appoggiata sullo scaffale: a quanto pare Baricco presenterà il suo nuovo libro qui stasera alle 21.
Ah bene.
Continuo a girovagare tra gli scaffali, cercando la prossima storia che mi porterò a casa, il prossimo amore che amerò.
Poi, all’improvviso, gli occhi rimangono fissi, il cervello mi manda impulsi prima confusi infine chiarissimi: stasera-ore 21-Baricco-qui.
Guardo l’orologio: sono le 20. Devo correre a casa ed avvertire Giovanni che il nostro appuntamento subirà una variazione: se vuole vedermi, dovrà venire con me alla Feltrinelli.
Mi precipito verso l’uscita, con ovviamente una copia di “Mr Gwyn” tra le mani. La commessa mi sorride comprensiva, sapeva che non avrei resistito e mi precipito a casa.
Giovanni acconsente a cambiare le modalità del nostro incontro, velocemente mangio qualcosa e ne frattempo divoro quella nuova storia, quel nuovo amore e ammiro un altro ritratto, stavolta tutto di parole.
Lampadine, musica ed inchiostro.
Anche stavolta Alessandro mi ha regalato una storia che continua a restarmi dentro, che continua a far crescere il desiderio incessante di essere ritratta anch’io.
Alle 21.20 sono di nuovo alla Feltrinelli, ovviamente in ritardo.
C’è gente, tanta gente, troppa gente ed io ho anche indossato le mie adorabili francesine con il tacco. Fortuna che per avvicinarmi non serve l’accredito stampa, posso essere semplicemente una lettrice.
E da lettrice, da mangiastorie, lo ascolto e mi incanto e mi perdo.
Lui legge ed io sussulto.
Poi tutto tace e tutti spingono per un autografo od una foto ed io inizio a spazientirmi.
Passano due ore e mezza, Giovanni è visibilmente stanco ed i miei piedi iniziano a fare male, ma ecco che tocca a me salire sul palchetto.
Mi accomodo sulla sedia accanto alla sua, appoggio Mr Gwyn e Novecento sul tavolo.
– Hai rischiato un sequestro di persona.
Lui strabuzza gli occhi, sorride.
– Addirittura! Perché mai?
– Perché è tardi ed io ho tante cose da chiederti, tante cose di cui discutere.
– Discutiamo allora.
Iniziamo a parlare, io domando lui risponde, lui domanda io rispondo, ridiamo, scherziamo anche, parlo dei suoi libri, parla dei suoi libri, io sono Mr Bartleboom e Madame Deverià, ma sono anche Nina.
– Sei una pantera.
– Grazie.
L’autografo di rito su Mr Gwyn, ma ciò che lo attrae è Novecento: un’edizione scolastica consunta e vecchissima.
Se lo rigira tra le mani come se fosse una fragile reliquia e avesse paura di romperla ma con una strana emozione negli occhi.
– E questo cos’è?
– Il mio primo tuo libro.
– Te lo posso firmare?
– Ne sarei felice.
Autografo, dedica, sembro una quindicenne al cospetto di Axl Rose.
Un altro scambio di battute, un paio di sorrisi.
– Hai letto City?
– Lo ammetto, mi manca.
– Dovresti farlo.
Ci salutiamo.
Giovanni è stanco, io sono affamata e felice. Ma la felicità non riempie la pancia.
Andiamo dal cornettaro, un paio di bombe al cioccolato sono l’ideale, in fondo è quasi l’una.

Sono passati 5 anni, ho letto tutti i suoi libri, alcuni li ho anche riletti.
Quella conversazione è marchiata a fuoco nella mia mente.
Ma non ho ancora letto City.